Volendo tracciare un confronto fra il PCI di ieri e il PD di oggi, come espressioni della maggior forza politica di sinistra in Italia, direi che ci sono due importantissime differenze: 1) l’organizzazione territoriale; 2) la politica culturale.
Della prima si è scritto molto; vorrei solo aggiungere che le differenze enormi in termini d’iscritti al partito, di sezioni ecc. non sono un fatto recente, come alcuni contestatori dell’attuale Segretario vorrebbero fare credere, ma risalgono all’inizio degli anni ’90.
Sulla seconda questione non ricordo di aver letto niente: silenzio assoluto, difficile da capire e impossibile da giustificare!
Il PCI, sino a metà anni ’80, è stato una delle forze più vivaci del dibattito culturale del nostro paese, oserei dire che non ci sia stato un dibattito culturale che non abbia visto impegnati esponenti di primo piano del partito.
In alcuni campi la presenza è stata maggiore: in letteratura (in senso lato, cinematografia compresa), filosofia, storia.
In altri campi mi è parsa più latitante, per esempio in sociologia, dove non mi viene alla mente alcun episodio particolare (ma potrebbe essere colpa mia).
Nel campo dell’economia politica, che ho sempre seguito, mi è parsa altalenante. Il partito, ufficialmente, è stato sempre chiuso in un marxismo ortodosso, interpretando la storia economica nella logica del capitale monopolistico e dell’imperialismo. Questo non ha permesso di cogliere alcuni fatti importantissimi (in primis l’avvento della Comunità Europea), ma anche di capire poco delle peculiarità dello sviluppo economico italiano. Inoltre quest’ortodossia ha compresso anche la CGIL che non ha mai fatto tesoro di esperienze di compartecipazione, che si diffondevano negli anni ’70 in Germania e nei Paesi Scandinavi e che, secondo recenti interpretazioni, sono motivo della resilienza di questi paesi nella presente crisi.
Per esempio nonostante alcuni convegni degli anni ’60, il PCI non capì molto del fenomeno della PMI, nonostante che negli stessi anni un giovane economista militante, da poco scomparso, Giacomo Becattini teorizzasse il distretto industriale[1]. Parimenti capì poco di Keynes, mentre fu più sensibile verso Piero Sraffa anche per doveri morali[2]. Eppure non mancarono economisti di spicco che ruotarono attorno al PCI, come Napoleoni o Graziani. In compenso, promosse la conoscenza di alcuni economisti stranieri come Dobb, Lange e Kalecki.
Il PCI fu editore d’importanti riviste. Rinascita è forse stata il settimanale di più alto livello culturale a larga diffusione in Italia. Oggi, nell’epoca di Twitter è difficile pensare a un settimanale come Rinascita. Fra le riviste di livello accademico sono da ricordare Critica Marxista e Studi Storici.
Il PCI inoltre sosteneva la casa editrice Editori Riuniti che ebbe, fra gli altri, il merito pedagogico di diffondere, a prezzi contenuti, i classici del marxismo: da Marx a Engels, da Lenin a Gramsci (accanto anche ad alcuni semisconosciuti saggisti dell’Europa dell’est).
Inoltre esercitò una certa influenza sulle scelte editoriali della nostra più autorevole casa editrice: Einaudi.
Perché tutto questo immenso patrimonio culturale è scomparso e rimasto nella sola memoria di quelli delle generazioni più avanti negli anni?
La sola consolazione è che la stessa decadenza culturale ha investito anche altri partiti. Un confronto anche con partiti minori come il PRI, per non parlare della DC, supportata però anche dalla cultura cattolica, o del PSI, rispetto alla Lega Nord o il M5S, mette una tristezza disarmante.
Recentemente sono riemerse le polemiche sull’uso del patrimonio, notevole a quanto ho capito, del vecchio PCI. Com’è usato? Mi è stato risposto in iniziative culturali, ma quali? Una forza che aspira all’egemonia, per dirla con Gramsci, non può limitarsi alla potenza divulgativa di Twitter.
E’ possibile una riflessione sulla questione di PD e la cultura?
[1] Il guaio di Becattini fu di essersi ispirato a Marshall, che l’ortodossia marxista disdegnava al massimo livello.
[2] Sraffa fu amico di Gramsci che aiutò nei duri anni del carcere. Assieme a Raffaele Mattioli (poi illuminato e brillante Amministratore della Comit) contribuì a trafugare e fare pervenire all’estero i Quaderni del Carcere.


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