lunedì 13 febbraio 2017

CAVIE E SPERIMENTATORI: IL PD COMPRENDE A CHI PARLA?


In questi anni stiamo vedendo nel PD l'intervento di vari spin doctor che guidano i nostri leader nella comunicazione. Stranamente però anche quando si ottengono risultati questi sono limitati nel tempo e spesso non al livello che ci aspettavamo.
Pochi mesi fa abbiamo assistito ad un esempio di applicazione scientifica delle regole del marketing alla politica, lo ha fatto Donald Trump.
Ma cosa ci insegna oggi questa storia?
Innanzitutto che se non conosci il tuo target devi iniziare a studiarlo.
Obama fece lo stesso andando in strada, sguinzagliando i suoi ragazzi tra la gente. Trump ha utilizzato in maniera massiccia i social ed in particolare Twitter. Ha spesso utilizzato il meccanismo delle gaffé per capire che aria tirava (ci ricorda qualcuno?) e poi tarare i suoi interventi stato per stato. La Clinton invece, sulla scorta dell'esperienza delle precedenti elezioni (tenutesi 4 anni prima), si è concentrata soprattutto sui latinos, sui neri e sulle donne. La differenza l'hanno fatta i bianchi di medio-basso livello culturale. Gli elettori della Clinton? Sono scesi in piazza il giorno dopo. Tardi!
Questo è stato plasticamente un esempio di come anche la sinistra italiana fatica a comprendere ed utilizzare gli strumenti che il marketing e la comunicazione mettono a disposizione. Abbiamo esempi come Fassina che usa modelli comunicativi fermi agli anni '70 con un linguaggio, per una buona fetta della popolazione, lontano e non comune, quando non incomprensibile.
Abbiamo l'esempio di Bersani che è diventato la copia della sua caricatura fatta da Crozza, accentuando in maniera inverosimile l'uso di metafore assurde (qualcuno ha capito la metafora "non possiamo mettere la camicia di forza ad una pentola a pressione"?).
Ora il fatto che le tue metafore divengano virali non vuol dire che portano voti nell'urna.


Abbiamo poi il campione del centro-sinistra Matteo Renzi.
Capacità narrativa eccellente, forse il migliore oggi in Italia, ma capacità di utilizzare una strategia a volte pari a zero. Insomma uno studente eccellente, ma discolo che non studia e non fa i compiti. Trump si è dimostrato uno da ultima fila, ma secchione, preciso e metodico. La comunicazione ed il marketing anche in politica hanno le loro regole e vogliono la loro applicazione.

Qualcuno dice che la comunicazione è dolorosa perché richiede studio ed applicazione metodica.
I social media permettono un "controllo" dei comportamenti dei singoli ad un livello altissimo e una targettizzazione del messaggio comunicativo ad livello spesso impensabile. Possiamo inviare un messaggio ad una persona in funzione delle sue reali "condizioni psicologiche" e cioè quando è maggiormente recettiva.
Abbiamo la possibilità di condurre il nostro lettore attraverso un viaggio (nurturing in termine tecnico) di nutrizione delle sue idee, accompagnandolo fino al voto, possiamo capire se questo nutrimento informativo sta portando risultati (e quindi continuare) o meno. Conosciamo le tecniche dello storytelling e le abbiamo codificate in metodo.


domenica 12 febbraio 2017

UN PATTO FRA CETI SOCIALI CONTIGUI

Non tutti condividono l'impostazione di questa campagna d'ascolto, ma è una campagna utile per ricercare quell’unità che sentiamo sempre più fragile.

Unità che è un valore da invocare ad alta voce, perché qualsiasi organizzazione se non si presenta coesa si presenta debole.
Ci sarà chi dovrà trarre delle sintesi dalle nostre discussioni. Compito arduo in questo momento. Ma compito ineludibile, perché andare ad una consultazione ampia non significa affidarsi a meccanismi di democrazia diretta, che altri partiti celebrano nascondendo invece forme di gestione del consenso ben più antidemocratiche di quanto appaia.

In casa nostra c’è chi deve trarre delle sintesi; è stato scelto per questo, democraticamente.

Ci siamo dati delle regole e abbiamo eletto rappresentanti. Potremo cambiare le une e gli altri al momento opportuno, quando si celebreranno congresso, primarie ed elezioni, in una sequenza sulla quale francamente non so esprimermi. Ma mi sento di dire che, finché non verranno cambiate, le regole vanno rispettate. In particolare quelle relative ai rapporti fra maggioranza e minoranza, che ultimamente sono state troppo spesso disconosciute, e che credo, dal prossimo congresso in poi, dovranno tornare ad essere vincolanti, anche rispetto alla permanenza nel partito.
Il Pd è un partito grande e pluralista, ed è un partito di governo, che si candida per continuare a governare.
È un partito che ha il cuore a sinistra, credo che su questo siamo tutti d’accordo. Ma la sinistra ha tante anime, ed il limite entro il quale si possono racchiudere politiche di sinistra è sempre più difficile da disegnare.


sabato 11 febbraio 2017

QUANDO MANCA LA LEALTA’

di Raffaele Iosa

Ho votato Renzi alle primarie e non sono pentito, nonostante il dopo. Ma al di là del premier, il messaggio di quelle primarie (dopo la semi-sconfitta del PD alle politiche, non scordiamolo) ha un senso politico che per me rimane attuale, ben al di là di Renzi: ottimismo, orgoglio nazionale perchè europei, decisioni strutturali per sbloccare un paese ingessato e in declino.

Molte cose sono successe. Tutte cose buone? No. Tutte cattive? Neppure.

Questo ascolto apre il congresso. Convengono tutti, ovviamente, che prima si debba parlare di linea politica e poi della classe dirigente. E poi tutti chiedono lealtà, tra maggioranze e minoranze in un partito che giustamente Mara Cavallari chiama naturalmente "plurale".

Bene: ma cosa è successo dopo il precedente congresso e primarie? Un conflitto continuo tra maggioranza e minoranza. Pochi ricordano quanto Renzi sia stato accusato sul cd "patto del nazareno" e sugli inciuci del partito della nazione. Poi è stato eletto Mattarella e allora era il Pdr. Poi Renzi ha fatto le unioni civili: si però... Poi sul Job act e gli 80 euro si è detto che era peggio di Berlusconi. Poi sul referendum che si andava verso un paese autoritario.

Potrei continuare ma vengo alla sostanza: cosa volete che capisca un normale elettore di questo conflitto permanente?
Il normale elettore spesso non sa che a sinistra dal 1921 in genere c'è sempre uno di sinistra che dice di un altro di sinistra che questo ultimo non è di sinistra.

PCI, PD E LA POLITICA CULTURALE

di Antonio Zanotti

Volendo tracciare un confronto fra il PCI di ieri e il PD di oggi, come espressioni della maggior forza politica di sinistra in Italia, direi che ci sono due importantissime differenze: 1) l’organizzazione territoriale; 2) la politica culturale.

Della prima si è scritto molto; vorrei solo aggiungere che le differenze enormi in termini d’iscritti al partito, di sezioni ecc. non sono un fatto recente, come alcuni contestatori dell’attuale Segretario vorrebbero fare credere, ma risalgono all’inizio degli anni ’90.
Sulla seconda questione non ricordo di aver letto niente: silenzio assoluto, difficile da capire e impossibile da giustificare!

Il PCI, sino a metà anni ’80, è stato una delle forze più vivaci del dibattito culturale del nostro paese, oserei dire che non ci sia stato un dibattito culturale che non abbia visto impegnati esponenti di primo piano del partito.

In alcuni campi la presenza è stata maggiore: in letteratura (in senso lato, cinematografia compresa), filosofia, storia.
In altri campi mi è parsa più latitante, per esempio in sociologia, dove non mi viene alla mente alcun episodio particolare (ma potrebbe essere colpa mia).

Nel campo dell’economia politica, che ho sempre seguito, mi è parsa altalenante. Il partito, ufficialmente, è stato sempre chiuso in un marxismo ortodosso, interpretando la storia economica nella logica del capitale monopolistico e dell’imperialismo. Questo non ha permesso di cogliere alcuni fatti importantissimi (in primis l’avvento della Comunità Europea), ma anche di capire poco delle peculiarità dello sviluppo economico italiano. Inoltre quest’ortodossia ha compresso anche la CGIL che non ha mai fatto tesoro di esperienze di compartecipazione, che si diffondevano negli anni ’70 in Germania e nei Paesi Scandinavi e che, secondo recenti interpretazioni, sono motivo della resilienza di questi paesi nella presente crisi.

venerdì 10 febbraio 2017

SERVE UN CONGRESSO, e serve subito!

In generale non sono una fan delle campagne d’ascolto fine a sé stesse. Parlare, discutere è sempre positivo, ma se alla fine del confronto non c’è anche un momento di decisione e di scelta, il rischio è quello di un parlare inconcludente che, nel breve periodo, può pure servire per fare emergere i nostri disagi, ma alla lunga rischia solo di evidenziare la nostra impotenza.

Per questo una campagna d’ascolto ha senso se la finalità è quella di un congresso che decida alla fine la linea politica, la piattaforma programmatica e la leadership che ci diamo.

Ricordo, en passant, che se analogo ascolto ci fosse stato nella primavera del 2013, dopo la "non vittoria" alle elezioni politiche e la scelta di un governo (quello Letta) con Berlusconi, forse, dico forse, ci saremmo risparmiati qualche lacerazione.

Dunque, di un congresso abbiamo bisogno per definire cosa siamo, dove vogliamo andare e che regole ci diamo.
Personalmente credo che Renzi abbia fatto un grave errore a non aprire la fase congressuale all’assemblea nazionale del 18 dicembre. Quello era il tempo e il luogo giusto.
Si è fatto convincere non so da chi che era meglio rinviare.


Vedo oggi che tutti sono per fare il congresso.
Bene, si indica il congresso al più presto perché questo clima di incertezza può solo peggiorare le cose, si stringa un patto fra gentiluomini di reciproca lealtà e rispetto e si vada al congresso con mozioni politiche chiare e definite.

L’impegno, come dovrebbe essere ovvio in un partito, è che, comunque vada, tutti rispettino l’esito finale del congresso.


giovedì 9 febbraio 2017

LE AUTOCRITICHE CHE NON ABBIAMO MAI FATTO

Riflessioni per ex comunisti (e non solo)

di Guido Ceroni


Qualche giorno fa è uscito un articolo di Peppino Caldarola, più provocatorio nel titolo che nella sostanza, che proclamava “Basta autocritiche”, invitando in sostanza gli ex comunisti a liberarsi dai sensi di colpa. È vero, nella storia del PCI le autocritiche furono molte e spesso infruttuose. Come gli esami a cui eravamo sottoposti: non finivano mai. 

Ci sono molte cose condivisibili. Ma ci sono due autocritiche che invece dobbiamo farci davvero.

La prima: dopo la fine del PCI non si aprirono mai tra chi vi appartenne una discussione e una riflessione su cosa fosse stato realmente il PCI. Siccome il PCI fu un grande partito-contenitore (come la DC, del resto), la mancanza di questa riflessione a voce alta e collettiva ha fatto sì che ognuno serbi nella memoria e forse ne cuore il suo PCI.
Così ci sono tanti PCI quasi quanti furono i suoi militanti a cui interessi ancora ricordare: molti credo abbiano buttato dietro le spalle il problema. Così ci sono quelli che pensano che in fondo siamo sempre stati riformisti (anche quando la sola parola faceva ribrezzo); quelli che rimpiangono (a bassa voce ancora oggi) il compromesso storico; quelli che pensano che il vero PCI sia stato quello dell’ultimo quadriennio di Berlinguer, e che il referendum sulla scala mobile rovinosamente perso sia stato un incidente; e così via. Ovviamente, quelli che pensano che Stalin avesse ragione sono quasi tutti scomparsi. 


mercoledì 8 febbraio 2017

A RAVENNA UN LUOGO DI CONFRONTO PER UNA SINISTRA APERTA

La tavernetta di Miro è un luogo ospitale. Da qualche tempo Mara, Antonio, Guido, Raffaele,Stefano,  ...  lo frequentano. 
E' un punto di incontro per persone che condividono storie e idee di sinistra.

Ma è anche un  luogo aperto, in cui è possibile confrontare idee diverse senza diventare nemici, in cui è possibile discutere in libertà e senza pregiudizi di Ravenna, dei suoi problemi e delle sue opportunità. Di Ravenna, ma anche dell'Italia e, perché no, del mondo.
La tavernetta, con le sue vecchie bottiglie, il suo camino acceso, il profumo di cibo buono e la ospitale presenza di Miro, è sì un luogo che sa di antico e di saggio, ma  anche un luogo di riflessione attento a ciò che di nuovo sta accadendo. A partire dal linguaggio con cui oggi le persone dialogano fra di loro e con il mondo.

La tavernetta di Miro è quindi, a Ravenna,  un luogo  di confronto per una sinistra aperta.
Proprio come il gruppo " Verso il Congresso PD..." animato dalle discussioni degli stessi amici della tavernetta  ... e di tanti altri!

E allora viene naturale unire le due cose: lo stiamo facendo con questo blog che presentiamo oggi al gruppo.

Uno strumento artigianale e semplice, che confidiamo vi diventerà anche famigliare. Uno strumento ancora imperfetto e poco collaudato: ma vogliamo essere in famiglia e ci scuserete qualche imperfezione e difficoltà, che correggeremo nel tempo. Per ora accontentiamoci dell'impegno di alcuni amici che han dato la disponibilità a dare una mano, e che spero rincontrerete presto qui. Oltre che dell'impegno di Miro, e  mio, che oggi scrivo.

Partiamo così, con umiltà ma anche con la voglia di dare il nostro contributo e di ascoltare con attenzione le vostre opinioni. E di allargare il numero degli amici che vorranno collaborare.

La tavernetta è pronta, il camino è acceso, l'acqua per le tagliatelle bolle. Miro controlla la lista dei commensali. Vi aspettiamo!


venerdì 3 febbraio 2017

SINISTRA E POLITICA ECONOMICA


Da fb:

"Antonio Zanotti

Definire cosa sia una politica di Sx in poche parole dipende solo dal mio avanzato stato d’incoscienza senile.


Definisco di Sx una politica che si ponga l’obiettivo di ridurre la diseguaglianza.
Secondo Piketty, la diseguaglianza è il frutto della legge fondamentale dello sviluppo capitalistico, secondo cui r > g, cioè il tasso di rendimento del capitale è superiore al tasso di crescita.
Unificando i due aspetti, una politica economica è di Sx se trasferisce capitale dai più ricchi (il famoso 1%) ai più poveri.


Storicamente, restando nell’alveo di un’economia di mercato a proprietà privata, sono state avanzate fondamentalmente tre proposte:
1) Imposta sulle successioni ereditarie. L’alfiere fu J. S. Mill a metà del XIX sec. Mill era un liberale favorevole alla proprietà privata. Riteneva che se una persona fosse stata negli affari più brava di altre dovesse godere del frutto di tale capacità. Non capiva però perché questo stato di favore dovesse trasferirsi agli eredi che avrebbero potuto essere degli oziosi o anche inetti. Insomma a ogni generazione si doveva partire dalla stessa linea di partenza. I governi liberisti in tutto il mondo sono andati nell’esatta direzione opposta, eliminando quest’imposta.
2) Imposta patrimoniale. E’ la più classica delle proposte per abbattere il debito pubblico quando fosse cresciuto in modo anomalo, specie se per ragioni belliche. In Italia se ne discusse, inutilmente, alla fine della II guerra mondiale. Oggi ci sono stati solo debolissimi accenni (es. la CGIL). Non so a chi si debba questa proposta ma oggi il più convinto sostenitore è Piketty.
3) Rinegoziazione del debito delle persone più povere (da non confondere con quello sovrano). E’ una proposta avanzata da Mian e Sufi con riferimento agli americani poveri sotto sfratto per la crisi dei debiti immobiliari. A pagare sarebbero i possessori ricchi dei debiti cartolarizzati.

NON ESISTONO GLI STRANIERI

Da fb:

"Mara Cavallari

- Non esistono gli "stranieri". Esistono persone che vengono da altri paesi, con la loro storia, la loro cultura, i
loro difetti, i loro pregi. Esistono persone che vengono da altri paesi "buone" ed altre "cattive" proprio come avviene per chi e' nato qui.
- La scuola, la formazione, la cultura fanno la differenza fra buone e cattive politiche di accoglienza.
-non esiste un modello, fra quelli sperimentati nei vari paesi europei, unico e al momento vincente di integrazione.
- il più grande paese al mondo senza uno sbocco sul mare e' la Mongolia.

- il cognac armeno portato da Raffaele Iosa col quale, si dice, si sbronzasse Stalin, spiega molte cose sulla storia dell'Urss...
Se ho capito male correggetemi...

Grazie a tutti, grazie a Vladimiro Casadio e ai suoi impareggiabili compagni di cucina...
A presto per una nuova puntata..."