giovedì 9 febbraio 2017

LE AUTOCRITICHE CHE NON ABBIAMO MAI FATTO

Riflessioni per ex comunisti (e non solo)

di Guido Ceroni


Qualche giorno fa è uscito un articolo di Peppino Caldarola, più provocatorio nel titolo che nella sostanza, che proclamava “Basta autocritiche”, invitando in sostanza gli ex comunisti a liberarsi dai sensi di colpa. È vero, nella storia del PCI le autocritiche furono molte e spesso infruttuose. Come gli esami a cui eravamo sottoposti: non finivano mai. 

Ci sono molte cose condivisibili. Ma ci sono due autocritiche che invece dobbiamo farci davvero.

La prima: dopo la fine del PCI non si aprirono mai tra chi vi appartenne una discussione e una riflessione su cosa fosse stato realmente il PCI. Siccome il PCI fu un grande partito-contenitore (come la DC, del resto), la mancanza di questa riflessione a voce alta e collettiva ha fatto sì che ognuno serbi nella memoria e forse ne cuore il suo PCI.
Così ci sono tanti PCI quasi quanti furono i suoi militanti a cui interessi ancora ricordare: molti credo abbiano buttato dietro le spalle il problema. Così ci sono quelli che pensano che in fondo siamo sempre stati riformisti (anche quando la sola parola faceva ribrezzo); quelli che rimpiangono (a bassa voce ancora oggi) il compromesso storico; quelli che pensano che il vero PCI sia stato quello dell’ultimo quadriennio di Berlinguer, e che il referendum sulla scala mobile rovinosamente perso sia stato un incidente; e così via. Ovviamente, quelli che pensano che Stalin avesse ragione sono quasi tutti scomparsi. 


Questa mancanza di riflessione non riguarda il passato: riguarda il presente. Nella discussione di oggi nel PD (che non è un club di ex comunisti ma che ne raccoglie ancora tanti) c’è il chiaro riverbero della mancanza di quei chiarimenti: i prossimi referendum della CGIL lo mostreranno alla grande.

La seconda è che andrebbe detto con chiarezza che la nostra vera autocritica è nel non riconoscere che dovevamo diventare socialisti, e dovevamo farlo quando era ora, finita la possibilità di fare il compromesso storico. È vero, avevamo davanti il pessimo esempio di Craxi. Ma non basta a dire che rifiutammo sempre la prospettiva socialista, anche quando sciogliemmo il PCI, anche quando Craxi era fuori gioco. Abbiamo perso un treno quando prenderlo aveva senso. Siamo saliti quando quel treno è vuoto e fermo su un binario morto.

Un compagno vecchio e saggio a cui esponevo questa opinione mi ha detto: “ma allora tanto valeva non fondarlo, il PCI”. Gli ho risposto “non lo so”.

Ma sono sicuro che se l’intelligenza di un Gramsci o di un Togliatti si fossero applicate ad un progetto riformista, questo Paese sarebbe un luogo migliore.

Contributo ricevuto da Guido Ceroni

1 commento:

  1. Condivido molte delle cose scritte da Guido Ceroni. Io penso sinceramente che fino alla fine degli anni '70 il Pci abbia svolto una funzione fondamentale per la democrazia e la crescita economica e sociale di questo Paese. Al netto delle contraddizioni (vedi Ungheria) che hanno caratterizzato anche quegli anni. Quindi alla domanda "allora è stato inutile fondare il Pci?" personalmente io rispondo convinta "No, non è stato inutile anzi la storia italiana del novecento credo certificherà che senza il Pci questo Paese sarebbe diventato un'altra cosa. E non credo in meglio. Negli anni '70, se dovessi segnare una data direi con la crisi petrolifera del '73, l'esplosione della scuola di massa, la scesa in campo di nuove generazioni e di una soggettività femminile fino ad allora sconosciuta, si è prodotta una rottura sociale e culturale. In alcuni casi il Pci ha saputo interpretarla, in altri molto meno. Quello che è venuto dopo, compreso il passaggio tormentato prima al Pds e poi via via fino al Pd, nasce, secondo me, da quella difficoltà di superare una lettura solo ideologica e solo economica della società italiana.... Tuttavia, penso che oggi questa riflessione, oltre che alla consapevolezza di ciascuno di noi, debba essere lasciata agli storici... Siamo già in un'altra epoca... e i problemi straordinari che ci stanno davanti bastano e avanzano per assorbire interamente i nostri sforzi di elaborazione.... Faccio mio, come assai attuale, un metodo che lo scritto di Guido ci sollecita anche per il presente.... non è con le certezze del passato che potremo dare risposta agli scenari inediti del futuro... salvo che qualcuno non proponga un referendum per abolirlo questo scomodo futuro!!!

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